In questo blog verranno postati i miei racconti, la maggior parte di essi sarà a sfondo omosessuale e a volte i contenuti saranno abbastanza forti. Chi possa sentirsi infastidito dagli argomenti trattati, si astenga dal leggere. Le immagini postate sono prese da internet, non sono state create da me (salvo diversa indicazione). I riferimenti a luoghi, fatti e persone sono puramente casuali, tutto è frutto della mia immaginazione e non si vuole offendere nessuno.

martedì 8 luglio 2014

Alejandro (capitolo 22)



Capitolo 22
Catene
Si svegliò ma mantenne gli occhi chiusi, tastando con una mano il letto e scoprendolo vuoto e freddo. Era domenica, quindi Luca non poteva essere al lavoro, dov’era andato?
Si rotolò pigramente sotto le coperte, mugolando piano. Aprì gli occhi e si ritrovò a guardare un soffitto che ormai era diventato noto. Si era ormai abituato a quella nuova casa, anche se era molto differente vivere lì: il letto era comodissimo, lo spazio decisamente maggiore, la cucina fantastica e vi era una vasca da bagno… anche se c’erano molte più stanze da pulire!
Si alzò sbadigliando, dirigendosi automaticamente in cucina a prepararsi la colazione. Dopo aver fatto il pieno di energie con latte, l’immancabile miele e un paio di merendine, prese il cellulare e chiamò Luca.
“Ehi, quale emergenza catastrofica può averti fatto alzare prima di mezzogiorno di domenica?” domandò scherzosamente, cominciando a ripulire il tavolo. “La spesa? Ricordati di prendere il latte, ho appena finito quello che era rimasto. Sì, ok, a dopo.” Chiuse la chiamata e si rimboccò le maniche.

Dopo un paio d’ore sentì finalmente il rumore della porta di casa che veniva aperta. Si alzò dalla scrivania nel piccolo studio raggiungendo, scalzo e ancora in pigiama, il soggiorno.
“Cominciavo a pensare che ti avessero rapito gli alieni. Che fai, mi tradisci già?”
Luca trasalì a quell’insinuazione. “Tu sei matto!” proruppe senza potersi trattenere. “Dopo tutto quello che ho fatto per averti”, disse orgoglioso, posandogli una mano sulla vita e dandogli un bacio sulle labbra.
“E poi io sono il meglio in circolazione.”
“Sì, soprattutto il più modesto!”
Alejandro ridacchiò e gli si spalmò addosso, con evidente desiderio. Luca, sorpreso, ricambiò la stretta e i baci. “Ehi, se due o tre ore di assenza ti fanno questo effetto sparisco più spesso!” esclamò ansimando già.
Il biondo cominciò a spogliarlo della giacca e della maglia, accarezzando lo stomaco e le spalle, scendendo poi in fretta a sbottonargli i jeans. “Ho così voglia che potrei non mollarti per tutto il giorno. Approfittane.”
Luca fremette, il desiderio immediatamente risvegliato. Gli sfilò la maglia del pigiama e intrufolò le mani nell’elastico dei pantaloni, afferrandogli i glutei. “Non puoi fare così, mi farai impazzire…”, sussurrò con voce roca mentre gli baciava la guancia e il collo.
Sorridendo e sospirando, Alejandro si voltò, appoggiandosi al suo petto mentre gli si strusciava contro. Abbassò la testa quando sentì qualcosa di freddo intorno al collo e vide una catena.
Sì girò a guardare Luca, che gli sorrideva trionfante. “E questo?” domandò sorpreso, sfiorando con le dita la piccola catena argentata.
L’altro si accarezzò i capelli, guardando anch’egli il monile. “Ti piace?”
Alejandro chinò nuovamente la testa, osservando la catena piccola ma dalle maglie piuttosto grandi, di color argento, che brillava sui suoi polpastrelli. Rialzò la testa di scatto, guardando l’altro a bocca aperta. “Ecco perché hai fatto così tardi!” esclamò, capendo. “Dimmi che non è quello che sembra…”
“E cosa sembra?” chiese Luca trattenendo il riso.
“Argento”, il bruno annuì. “No! Ma sei matto?! Quanto cazzo l’hai pagata?!” proruppe il biondo attonito.
“Sono affari miei quanto l’ho pagata. Più importante… ti piace?”
“Cazzo, è… wow!”
Ridacchiando, Luca gli fece scivolare le braccia intorno ai fianchi. “Ho come il sospetto che ti piaccia.”
“Io AMO le catene!”
“Depravato”, lo accusò il bruno senza spegnere il sorriso dal suo volto.
Alejandro tornò a guardarlo, stavolta con una certa malizia nello sguardo, infatti accompagnò l’occhiata con un abbraccio lento intorno al suo collo. “Stai cercando di mettermi il guinzaglio? Vuoi incatenarmi a te?” Arrossendo, Luca guardò altrove. Il biondo alzò le spalle, facendoglisi più addosso e strusciando lascivo contro di lui. “Sai, non mi dispiace essere tuo”, confessò a bassa voce, per poi andargli a posare caldi baci lungo il collo e sul petto.
Luca lo guardò e un brivido emozionato lo attraversò dentro, un po’ per le sue parole, un po’ per i suoi baci. “Davvero?” sussurrò in maniera così dolce da sciogliere Alejandro che annuì piano.
“Mh mh”, confermò, alzando la testa per puntargli negli occhi due grosse pietre azzurre colme di desiderio e amore.

Oh sì, amore.

Si allontanò e gli prese le mani, trascinandolo con lui. “Conosco alcuni modi per ringraziarti che sicuramente gradirai”, promise in tono seducente.
“Non l’ho fatto per questo.”
Alejandro sorrise dolcemente. “Lo so. Proprio per questo voglio farlo.”
Scivolarono sul letto, Alejandro sdraiato sulla schiena portandosi sopra Luca; si baciarono con tale ardore da sembrare non dovesse mai giungere il domani.
Si toccarono, si accarezzarono con passione ma anche dolcezza, respirando sospiri e gemiti profondi, sentendo i rispettivi cuori palpitare dentro i petti, fianchi viziosi che non facevano che spingere in cerca di maggiore contatto, maggior piacere.
I pantaloni finirono presto sul pavimento, dimenticati, le gambe di Alejandro si andarono immediatamente ad allacciare intorno ai fianchi dell’altro, chiedendo silenziosamente. Luca allungò un braccio raggiungendo il comodino ed estraendo dal cassetto un tubetto a caso tra gli altri che vi si trovavano.
Alejandro notò la scorta di lubrificante e ridacchiò ma le risa sfumarono in ansiti brevi e veloci. “E hai anche osato darmi del depravato. Non ce la faremo in un anno a finire tutto quel lubrificante… aaah!” lanciò un grido basso, perché Luca aveva iniziato a massaggiarlo tra le natiche con quella crema scivolosa e fredda.
Un sorriso si disegnò sul volto eccitato di Luca, che guardava impudicamente tra le sue gambe aperte le dita che pian piano, massaggiando, si facevano strada dentro di lui. “Se andiamo avanti di questo passo ce ne serviranno altre confezioni tra meno di un mese!”
Alejandro rise ma debolmente, infatti la sua voce divertita declinò in lunghi gemiti di godimento, mentre ad occhi chiusi si lasciava esplorare a fondo, là dove nessun altro essere umano era mai giunto. Si aggrappò alle coperte, reclinando le testa. Abbracciò una grande schiena quando Luca si appoggiò con il petto al suo, afferrandogli gentilmente ma con decisione le gambe e premette il membro contro l’apertura ormai ben lubrificata e dilatata di Alejandro.
Il biondo emise un lungo e rumoroso sospiro appagato quando si sentì invadere e penetrare lentamente da quella spada che così tante volte lo aveva trafitto. Cercò disperato le labbra del ragazzo che amava, afferrandogli prepotentemente il viso e impossessandosene, senza smettere mai di baciarlo mentre Luca gli si muoveva dentro sempre con più decisione, sempre più veloce. Quando le spinte divennero troppo profonde, così tanto che si sentì tremare dentro, dovette staccarsi per gridare di piacere, stringendo ancora di più le gambe intorno a quel corpo che amava come mai niente e nessuno in vita sua.
Luca gli mordicchiò l’orecchio, il lobo, il collo, stringendo piano la delicata pelle tra i denti, sentendo dimenarsi ancora di più il ragazzo sotto di lui. Sorrise, capendo che quella zona particolarmente erogena gli faceva straordinariamente effetto, e lo deduceva anche dal membro che sentiva sempre più duro premergli contro lo stomaco.
Abbandonò una gamba per portare una mano su quel membro bisognoso di attenzioni; lo strinse con decisione, facendo scivolare la mano su e giù lentamente. Alejandro gridò ancora, e ancora di più quando sentì quella mano scendere ad accarezzare spudorata i testicoli per poi risalire lungo tutta l’asta, poi scendere di nuovo, risalire ancora. E intanto i colpi di Luca non si arrestavano, insistevano con sempre più veemenza, fino a che si sentì al limite. “S-se non ti fermi vengo”, lo avvertì il biondo.
“E allora vieni, vieni…” gli sussurrò il bruno nell’orecchio.
Alejandro venne con un brivido pazzesco che partiva dall’orecchio sfiorato dall’alito caldo e terminava nel ventre, gridando così forte e così disperatamente da eccitare alla follia Luca e far godere anche lui. Quest’ultimo di fermò con un’ultima, potente spinta dentro il suo corpo, la base del proprio membro che toccava la carne delicata tra le natiche, le gambe tornite e lisce del biondo che gli tremavano contro i fianchi.
Dopo aver goduto per lunghi, lunghissimi secondi, Alejandro rilassò le gambe lasciandole scivolare dalla schiena dell’altro, e Luca si lasciò andare di più con il peso su quel corpo magro e ora bollente, palpitante e ancora un po’ tremante per via dell’amplesso. Erano entrambi sudati, così tanto accaldati da non riuscire quasi a sopportarlo, così appagati che ancora gli occhi dovevano tornare a mettere a fuoco il mondo intorno a loro, sbiadito in un accecante piacere durante l’orgasmo.
Si strinsero forte, percependo tra i loro petti e i loro colli la durezza della collana di Alejandro a ricordargli che era tutto vero, che non era un sogno, che erano davvero lì l’uno tra le braccia dell’altro.

Mentre Luca si faceva la doccia, Alejandro stava supino con la testa riversa oltre il bordo del letto, le mani che giocherellavano con la collana mentre gli occhi non facevano che fissarla, trasognati.
“Un giorno ti farò anch’io un regalo così bello”, gridò per farsi sentire dall’altro attraverso lo scroscio dell’acqua.
“Non ce n’è bisogno”, lo tranquillizzò egli. “Non te l’ho comprata perché volevo qualcosa in cambio.”
“Ti regalerò qualcosa di ancora più bello… ma sarà d’oro!”
Uscendo dalla doccia, Luca gli lanciò un paziente sguardo di rimprovero. “Perché tutto diventa una competizione con te?”
Alejandro si rigirò sul letto finendo a pancia in giù, le dita intrecciate sotto il petto, la testa in su per guardare il bruno con un sorriso giovane e solare sul viso.
Luca, avvolto nell’accappatoio, smise di strofinarsi i capelli che rimasero umidi e scompigliati, si sedette accanto a lui, posandogli una mano sulla testa e accarezzandogli la chioma morbida e folta.
“Tra poco sentirai caldo con tutti questi capelli.”
Prendendo una ciocca fra le dita, Alejandro sembrò riflettere. “Che dici, li taglio?”
L’altro lo guardò per qualche istante prima di rispondere. “A me piacciono così… ma fai come preferisci tu”, gli disse sorridendo.
Il biondo lo guardò, si mise a sedere e gli allacciò le braccia intorno al collo. “Allora li lascio così. Fanno parte della mia personalità.”
Mentre sorridevano si baciavano, inalando il profumo dello shampoo di Luca. Quando le labbra si staccarono, Alejandro restò appoggiato con la guancia sulla spalla ancora umida dell’altro. “Erano tanti anni che non ricevevo un regalo”, gli rivelò, con voce appena velata di tristezza.
Luca gli fece alzare il mento. “Sei triste?” gli domandò preoccupato.
Alejandro ridacchiò. “Triste? Sono felice! Ti amo così tanto che mi basteresti solo tu in tutto il mondo.”
Luca avvampò e Alejandro notò la sua espressione di disagio e imbarazzo. “Hai aspettato mesi che te lo dicessi e ora ti vergogni?” gli domandò stupito e un po’ divertito.
L’altro si grattò la testa, notando che i capelli stavano ricrescendo. “Non ci sono abituato. Lo dici con tanta naturalezza che mi sembra così strano averlo dovuto agognare a quel modo!”
Alejandro gli mostrò la lingua, impertinente. “Ci ho preso la mano... o meglio la lingua. Mi piace dirtelo e poi tu sei così insicuro che faccio bene: le persone insicure hanno bisogno di sentirselo dire spesso, non è così?”
Luca scosse la testa rassegnato e entrambi risero, felici come mai nella vita.


                                                                       ……


Si affiancò al marciapiede opposto a quello su cui si affacciava il ristorante, spense il motore e si slacciò i primi bottoni della camicia, sospirando. Era stata una giornata piena e intensa, non gli sembrava vero di potersi finalmente rilassare.
Guardò l’orologio da polso che segnava l’una di notte, a momenti Alejandro avrebbe finito il turno. Lavorava come cameriere da poco più di un mese; i proprietari avevano fatto un affare, perché bello com’era non faceva che attirare nugoli di ragazze che andavano lì a cenare solo per poterlo guardare e magari scambiarci quattro chiacchiere.
Dopo pochi minuti il ragazzo uscì dalla porta del grande locale, insieme ad un altro ragazzo che salutò prima di scorgere la Ford Ka azzurra dall’altra parte della strada. Da lontano, Alejandro sorrise sorpreso nel vedere Luca e si affrettò a raggiungerlo. Il bruno abbassò il finestrino dalla parte del passeggero, indirizzando al biondo uno sguardo seducente. “Ciao, hai da fare meraviglia?” Alejandro aprì lo sportello ridendo, si sedette al suo posto e scambiò un bacio morbido e dolce con Luca, che gli posò una mano sui capelli legati in una piccola coda. “Quel tipo ti sta sempre appiccicato”, protestò riferendosi al ragazzo con il quale il biondo era uscito dal ristorante.
“Ma se l’hai visto solo due volte”, fece notare Alejandro.
Luca fece una smorfia. “Sicuramente ti spoglia con gli occhi!”
“Ma se ha una ragazza, pazzo paranoico. Non sono mica tutti gay, qualche eterosessuale in giro c’è rimasto!”
“Non si sa mai”, terminò Luca regalandogli un altro bacio ma stavolta sulla guancia. Si sistemò sul proprio sedile, poggiando entrambe le mani sul volante.
“Com’è andata la cena di lavoro?” chiese il biondo allacciandosi la cintura.
Luca sospirò sfinito. “Sono a pezzi… non ne posso più di progettare e parlare di pubblicità”, si lamentò mettendo in modo e insinuandosi in strada.
“Ma se è il lavoro dei tuoi sogni.”
L’altro annuì. “Lo è ancora ma questo periodo è davvero stressante, ho bisogno di una vacanza!”
“Perché in estate non la facciamo? Lavoriamo entrambi, possiamo permettercelo, no?”
Luca gli scoccò un’occhiata elettrizzata. “Dove vuoi andare?”
“Niente mare… vorrei visitare una capitale famosa.”
“Parigi? Londra?”
“Perché no”, annuì il biondo, massaggiandosi il collo con un sospiro. “Anche io sono stanco”.
“A casa ti faccio un massaggio?”
Alejandro mugolò. “Sei un angelo.
Luca sorrise ma non rispose. Dopo un po’ parlò d’altro. “Hai chiamato i tuoi come avevi detto?”
Il biondo chinò la testa e guardò fuori dal finestrino le luci della città che scivolavano via lungo i lati della macchina. “Non sono maturo abbastanza per perdonarli e parlargli come se niente fosse… mi dispiace”, spiegò mortificato.”
“Non devi mica scusarti. Però mi farebbe piacere se ti riconciliassi con loro, un giorno. Sono pur sempre la tua famiglia.
Alejandro scosse le spalle e la testa. “A me non interessa granché. Dopo come mi hanno trattato… e per di più non mi hanno fatto una telefonata in otto anni. Il sangue è acqua in certi casi, e a me basti tu.”
Luca sorrise senza riuscire a nascondere l’emozione e il moto d’orgoglio che quelle parole gli suscitarono. “Anche a me basti tu. Mi basterei per sempre”, sussurrò commosso.
Alejandro lo guardò con dolcezza, posando una mano su quella che l’altro teneva sul cambio. “Presto avrai il regalo che ti prometto da mesi. L’ho già adocchiato!”
“Non dirmi che sei andato a farti il giro delle gioiellerie!” esclamò Luca accigliandosi. “Ti ho detto mille volte che non devi pensare a queste cose, tieniti i soldi.”
“No no, è il mio obiettivo!” protestò Alejandro. “Rimarrai a bocca aperta, anzi no, piangerai!”
“Oh mio Dio, e cos’è una coppia di anelli?”
Alejandro aprì la bocca ma non pronunciò parola, tornando a guardare davanti a sé. Luca gli lanciò un veloce sguardo sbigottito ma subito dovette tornare a guardare la strada. “Cristo, ho indovinato?!” esclamò incredulo, alzando il tono di voce.
Alejandro arrossì leggermente, grato che la penombra lo nascondesse. “Volevo che fosse una sorpresa”, borbottò imbronciato.
Luca rise felice, gli occhi divenuti improvvisamente luminosi. “Solo per questo tuo dolcissimo e tenero pensiero, riceverai ben più di un massaggio questa notte”, promise.
Alejandro sorrise maliziosamente. “Ogni scusa  è buona, non è vero?”
Dopodiché tornarono a tacere, ascoltando solo l’ipnotico rumore dell’automobile che si muoveva sulla strada, guardando le luci di una notte magica e misteriosa come quella in cui si erano incontrati per la prima volta, quando i loro occhi si erano incrociati: timidi e desiderosi quelli di Luca, penetranti e diffidenti quelli di Alejandro.
Senza saperlo quelle luci che gli sfrecciavano accanto avevano riportato alla mente di entrambi quella notte ormai lontana, quando nessuno dei due immaginava neanche lontanamente che la propria vita potesse essere stravolta tanto da quel sentimento chiamato amore.
Ormai non erano più i ragazzi smarriti di allora, anime sole e perdute in un mondo spietato ma erano uomini pieni di forza di volontà e così certi di quello che provavano l’uno per l’altro, da poter affermare con certezza che non sarebbe finito mai.
Luca aveva salvato Alejandro restituendogli la speranza, tirandolo fuori con la sua tenacia ed insistenza dal baratro buio di dolore, insoddisfazione e sfiducia in cui era precipitato. E Alejandro aveva salvato Luca, riaccendendolo dopo un’esistenza spenta e vuota, dandogli quella scossa, quel brivido che lo aveva riportato alla vita, la vera vita, in quella notte di tempesta quando un bivio l’aveva condotto alla sua corte e aveva capito di essere una creatura viva, fatta di carne, sangue e desideri. Da quel momento il suo cuore, il suo corpo e la sua anima erano appartenuti interamente a lui.
Si tennero a lungo la mano nell’oscurità dell’abitacolo, con le luci intermittenti che li accendevano di tanto in tanto, illuminando due sorrisi forti, sicuri, sereni.
Il bruno si riscosse per primo dai propri pensieri, non dissimili da quelli dell’altro. “Alejandro, ti manca ballare?”
Alejandro, sorpreso da quella domanda improvvisa, ci pensò su ma poi rispose con sincerità e convinzione. “No” disse, voltandosi verso l’altro e socchiudendo gli occhi con sensualità e dolcezza insieme. “Sei l’unico per cui ho voglia di ballare.”
Luca sorrise soddisfatto. “Proprio la risposta che speravo di sentire.”




Fine



Alejandro (capitolo 21)



Capitolo 21
Occhi negli occhi
“Finalmente domani è sabato!” esclamò Luca sospirando, lasciandosi andare sdraiato sul divano.
Alejandro uscì completamene nudo dal bagno dirigendosi in cucina, con un asciugamano sulle spalle e i capelli ancora bagnati. Luca mosse appena la testa per seguirlo con lo sguardo.
La sua figura snella e tornita si muoveva perfetta  davanti a lui, le due sfere di carne sul fondo della schiena si muovevano ad ogni passo e lui rimase incantato a guardarle, con la bocca semiaperta.
“E ti sembra il modo di andartene in giro per casa?” gli chiese in tono ironico, senza smetterle di mangiarlo con gli occhi.
Il biondo, una mano sul fianco e l’altra che apriva il frigorifero, gli rispose senza voltarsi. “Ti scandalizzi?”
“No, mi eccito”, precisò il bruno, leccandosi le labbra.
Alejandro scelse una bottiglia di succo di frutta, richiuse il frigo e si voltò, rivolgendogli uno sguardo procace, mentre si attaccava alla bottiglia per bere. Luca guardò ammirato la sua gola che si muoveva man mano che il liquido fresco vi scendeva dentro, i suoi fianchi ossuti e perfetti, le gambe lunghe e magre, e il membro rilassato che s’intravedeva tra esse.
Inghiottì la saliva che gli si era formata in bocca e distolse lo sguardo, altrimenti si sarebbe alzato e l’avrebbe preso lì dov’era, e non voleva che l’altro lo considerasse davvero solo un malato di sesso. “In questi giorni l’aria si è fatta tiepida”, constatò.
Alejandro tornò in soggiorno, si sedette su una sedia poggiando il piede destro sul ginocchio sinistro e continuando a bere. “Già… beh, ormai siamo in febbraio inoltrato. E’ un sollievo, non ho mai sopportato il freddo!”
Luca tornò a guardarlo, cercando di ignorare il suo corpo nudo e le gambe scomposte sensualmente di fronte a lui. “Ti va di fare un pic nic? Domani è sabato, il tempo presumibilmente sarà bello e avrei voglia di rilassarmi… conosco un bel posticino tranquillo, credo che ti piacerà.”
Alejandro si leccò le labbra, pulendole dal succo rimastovi. “In realtà volevo continuare a cercare lavoro…”
“E dai, almeno nel week end lascia perdere, così possiamo stare un po’ insieme”, disse dolcemente.
Alejandro distolse lo sguardo. “E chi ti dice che voglia passare tutto questo tempo con te?” rispose un po’ freddamente, pentendosene l’istante successivo, non appena vide il viso enfaticamente triste di Luca. Si alzò e lo raggiunse, strofinandosi i capelli con l’asciugamano. “Preparo qualcosa allora. Ormai sto prendendo la mano a cucinare.”
Il bruno sorrise mostrando la dentatura. “Basterà un solo telo… ci stringeremo.”
“Pervertito”, lo accusò Alejandro ma si vedeva che cercava di trattenere il sorriso. Gli salì sopra, accarezzando i capelli castani di Luca.
“Se fai così mandi all’aria tutti i miei buoni propositi”, lo avvertì questi, posandogli una mano sul fianco vellutato più del solito per via della doccia appena fatta.
“Sono il tuo diavolo tentatore”, rise il biondo.
“Lo so dall’inizio.”

Il cielo era magnificamente azzurro, corpose e candide nuvole lo attraversavano lente, lasciandosi sospingere gentilmente da quel venticello in tutto e per tutto primaverile.
Uno di quei ciuffi di panna montata, nel suo lento scorrere, rivelò il cerchio pieno e aggressivo del sole, inducendo Alejandro a ripararsi gli occhi con la mano, infastidito dai raggi accecanti.
Luca ripose nello zaino i contenitori nei quali avevano mangiato una gustosa insalata di riso, preparata dal biondo la sera prima. Poi gli si stese accanto, sopra una piccola coperta arancione che spiccava sopra il profumato prato verde, sfiorato da quella piacevole brezza come i capelli dei due ragazzi.
Passò un braccio intorno ai fianchi di Alejandro, accoccolandoglisi contro con gli occhi beatamente chiusi a godersi quel momento, il sorriso sulle labbra. Il giovane biondo lo guardò, sorridendo anch’egli teneramente. Posò una mano sulla sua, avvicinando il viso a quello dell’altro, così tanto che poteva contare quante ciglia avesse sulle palpebre.
Risate giocose di bambini si udivano non troppo vicine, dando una sensazione ancora più serena. “Non dovremmo lasciarci andare a queste smancerie. Ci sono dei bambini!” fece notare a Luca, con voce divertita.
Il bruno aprì gli occhi e Alejandro vi si immerse totalmente, contemplando quelle iridi color cioccolato, così belle, vive e assurdamente dolci. Non aveva mai visto occhi che gli piacessero di più. “Ma non stiamo facendo niente di male. I bambini non hanno la malizia degli adulti, non faranno caso al fatto che stiamo abbracciati o che siamo due uomini.”
“Sarà”, lasciò correre il biondo, risalendo in una carezza dalla sua mano al braccio. “Vorrei rimanere qui, su questo prato, così per sempre. E’ stupido?”
Luca gli posò un bacio sulla guancia. “Se lo è sono stupido anch’io. Si sta così bene che non vorrei più andarmene. Anche se in realtà andrebbe bene qualunque posto, purché con te.”
Il biondo abbassò lo sguardo, stendendo impercettibilmente il suo sorriso. Quando rialzò gli occhi accarezzò i capelli dell’altro scherzosamente. “Ho sete, tu? Abbiamo finito le bibite.”
L’altro si mise a sedere, indicando una costruzione in lontananza dietro di loro. “Là c’è un bar, vado a prendere qualcosa.”
“No, vado io.”
“No, figurati”, insistette il bruno alzandosi e pulendosi i jeans da qualche filo d’erba. “Cosa vuoi? Limonata?”
“Sì, sarebbe grandioso, grazie”, lo guardò egli con riconoscenza.
Sorridendogli, Luca si diresse verso il bar e Alejandro si piegò a sedere, sospirando, poggiando le braccia sulle ginocchia.
Quella vita così tranquilla, così regolare, così normale era assolutamente meravigliosa. All’inizio era stato scettico, non credeva che quel tipo di relazione, quel tipo di vita potesse fare al caso suo, sorta di vampiro che dormiva di giorno per poi vivere la notte, eppure si sentiva bene e il suo lavoro non gli mancava affatto, cosa che lo stupiva tantissimo: dopotutto aveva lavorato al Lover’s per ben otto anni!
Gli piaceva addormentarsi ad un’ora decente, magari dopo aver fatto del fantastico e sano sesso con Luca, svegliarsi piuttosto presto al mattino, cucinare, persino cercare lavoro gli infondeva una grande voglia di vivere. E poi Luca era la concretizzazione dei suoi desideri. Cristo, fisicamente lo faceva impazzire e a letto avevano un’intesa perfetta. Inoltre quel pazzo era veramente un ragazzo d’oro: così folle, così dolce… mai vista una persona tanto genuina e spontanea.
Si ritrovò a domandarsi se stava sognando o meno: possibile che lui, il ragazzo dei desideri di tutti ma anche il ragazzo di nessuno, potesse davvero legarsi a qualcuno?
Alzò il viso contro una folata di vento, ad occhi chiusi, lasciandosi sfiorare la pelle; riaprì gli occhi, guardando nei suoi pensieri. Doveva assolutamente trovare un lavoro e stare alla pari con quel ragazzo, non lasciare che fosse lui a provvedere a tutto.
“Sembra che voglia essere degno di lui”, mormorò tra sé e sé. Maledizione, che mi succede? Si domandò perplesso.
La voce squillante di un bambino che chiamava il suo papà lo spinse istintivamente a voltarsi. Un marmocchio di circa sette anni, con i pantaloncini corti e un cappellino con la visiera sui capelli neri, correva lontano dalla mamma, una donna dalle forme generose che stava seduta sotto un albero a ripararsi dal sole. Alejandro pensò che quel bambino aveva l’aria veramente tenera, con la sua vocina leggermente stridula e i grossi occhi color cielo sotto gli scompigliati capelli scuri. Correva verso quello che doveva essere suo padre, che gli stava andando incontro.

Alejandro smise di respirare, come se fosse stato trafitto da una freccia in pieno petto.

Guardava l’uomo alto che parlava con il bimbo e le mani iniziarono a tremargli, senza che se ne rendesse conto.
Un nome affiorò dai suoi ricordi, senza poterlo fermare. Non riusciva a staccare gli occhi da quel viso sorridente, da quegli occhi trasparenti sotto i capelli neri dal taglio cortissimo. Oltre ai capelli anche il corpo era diverso, sempre in forma ma non magro come lo ricordava. Distolse lo sguardò, portandolo dritto davanti a sé mentre riprendeva a respirare nervosamente, portandosi una mano alla bocca.
Emanuele, riusciva solo a pensare. Emanuele, quel fottuto bastardo è qui, è qui!
“Non c’era la limonata, ho preso la cedrata… non è la stessa cosa, ma… Alejandro?” Luca era tornato e aveva subito notato la faccia sconvolta del biondo, il colorito pallido e gli occhi sgranati. Gli si inginocchiò di fianco, posandogli le mani sulle spalle. “Ehi, che hai?! Stai male?” gli domandò concitato, in apprensione.
Alejandro deglutì più volte a vuoto prima di portare gli occhi su di lui e poi di nuovo sull’uomo in lontananza. Seguendo il suo sguardo, Luca guardò la stessa persona.
Era lui che provocava quella reazione in Alejandro? Chi era? Subito dopo essersi posto questi interrogativi notò il contrasto immediato dei suoi occhi azzurri con i capelli neri, e la sua altezza. Si voltò di colpo verso il biondo, con le sopracciglia aggrottate.
“E’ lui?” domandò in un soffio.
Alejandro non rispose, strinse le labbra e tornò a guardare davanti a sé, stringendosi i capelli tra le dita. Luca digrignò i denti e si alzò repentinamente, muovendosi in direzione della famiglia.
“Cosa fai?!” gli urlò dietro Alejandro allarmato, mettendosi in piedi anche lui.
Il bruno avanzava come se non lo sentisse, i pugni serrati e lo sguardo truce. Quando entrò nel raggio visivo dell’uomo, rimasto momentaneamente solo perché il bambino era tornato dalla madre, gli si piazzò davanti, guardandolo minaccioso.
Il moro si girò verso di lui con espressione interrogativa. Quel bastardo aveva davvero un viso aperto e degli occhi gentili. Senza pensarci, Luca prese la rincorsa con la mano e gli assestò un grosso schiaffo, così forte da farlo gemere e barcollare. Alejandro, trasalendo, iniziò allora a correre verso di loro.
Riavutosi dalla sorpresa, Emanuele guardò incollerito l’aggressore sconosciuto. “Ma che cazzo ti salta in mente?! Sei fuori di testa?!” proruppe.
“Tu, maledetto animale, brutto stronzo”, lo insultò Luca, muovendosi per dargliene altre ma si sentì afferrare per un braccio e si voltò incontrando la faccia spaventata e scossa di Alejandro, che lo guardava agitato.
“Fermati Luca, lascia perdere!” cercò di convincerlo il biondo, e si rese conto con lucidità che la sua preoccupazione non era quella che Emanuele si facesse male ma che Luca potesse passare dei guai con la legge.
L’espressione del bruno si sciolse un poco nel vederlo ma la rabbia non sfumò sul suo viso. “Ma Alejandro!”
Emanuele già da qualche secondo prima che Luca pronunciasse quel nome guardava il nuovo arrivato, con occhi spalancati e sgomenti. Riconobbe quegli intensi occhi azzurri, quei lineamenti affilati, anche se non più spigolosi come anni prima, quei capelli non più corti come allora ma dello stesso oro. Riconobbe il ragazzo che aveva di fronte, il piccolo Alejandro che aveva preso in giro e abbandonato a pochi giorni dalle proprie nozze.
Il biondo portò titubante gli occhi su di lui, staccandosi dal braccio di Luca che guardava attentamente entrambi, ancora pieno di collera. Lo sguardo di Alejandro era indecifrabile e non avrebbe saputo dire se fosse triste, arrabbiato o semplicemente indifferente.
Era finalmente occhi negli occhi con colui che aveva condizionato tutta la sua vita, il suo primo amore, e inevitabilmente la sua mente venne bombardata da flashback di loro insieme, delle effusioni, delle parole, delle promesse, anche dalle immagine dell’ultimo, terribile giorno in cui l’aveva visto, dal ricordo della paura di quando aveva cercato di prenderlo con la forza.
“Ciao, Emanuele”, salutò riuscendo a non far vacillare la voce.
“A-Alejandro”, disse semplicemente il moro, deglutendo. “Sei… sei tu.”
“Tutto qui quello che hai da dirmi dopo otto anni?” domandò il biondo freddamente, con più decisione rispetto alla frase precedente.
Emanuele mosse nervosamente mani e piedi, lanciando velocemente uno sguardo preoccupato verso sua moglie, che sembrava non essersi accorta di quello che stava accadendo, impegnata a rimproverare il bambino per qualcosa. Tornò a guardare il biondo e la sua espressione era terrorizzata.
“Io… mi dispiace, Alejandro”, balbettò.
“Ti dispiace?” il biondo rise. “Non hai abbastanza scuse per quello che mi hai fatto”, sputò con rabbia.
Emanuele teneva la testa bassa, gli occhi socchiusi e si guardava nervosamente attorno mentre cercava qualcosa da dire. Alejandro lo guardò attentamente, cercando di ricordare perché si fosse innamorato di lui, di quell’uomo che in quel momento mostrava tanta vigliaccheria, che aveva un’espressione patetica in volto e che provava una paura folle che sua moglie scoprisse delle sue malefatte e dei suoi istinti segreti.
Sospirò. “Cosa temi, che racconti a tua moglie quello che hai fatto? Quello che abbiamo fatto? No, non devi avere paura, non farò niente del genere”, gli spiegò in un tono ora calmo e piatto. “Ti ho amato ancora per tanto tempo, sai? E per ancor più tempo ti ho odiato”, lo guardava con occhi tranquilli ma attenti, intensi, come a voler analizzare le sue reazioni. “E molte volte ho pensato che l’avrei fatto, che avrei volentieri detto la verità alla donna che avevi sposato, rivelarle l’animale che eri… che sei”, scosse la testa e inarcò le sopracciglia. “Ma guardandoti ora, con quella faccia così patetica e spaventata, mi ha fatto passare totalmente qualsiasi proposito di vendetta, anche ammettendo che ce ne fosse ancora qualche residuo in me”, Luca osservava la scena e soprattutto ammirava Alejandro, il più basso tra i tre, con davvero l’aria di un ragazzino in confronto al moro ma con le spalle dritte e il mento alto, fiero nonostante il volto pallido e i pugni stretti. Il bruno provò tanto orgoglio verso di lui.
Il biondo continuava a parlare mentre Emanuele taceva. “Mi fai pena, è questa la verità. Finalmente vedo chi sei realmente, quanto sei piccolo e meschino, e ora basta così. Non avrò nemmeno più un pensiero per te. Ti sei divertito, congratulazioni. La mia più grande gioia è quella di non averti dato tutto”, sorrise maliziosamente. “Peccato per te, sono molto desiderato adesso, sai? E’ stata una grande occasione persa la tua!”
Il bambino tornò da suo padre con il cappellino stretto tra le mani. Guardò Emanuele e poi i due sconosciuti con diffidenza. “Papà, vieni?”
Emanuele si sforzò di sorridere, si chinò per accarezzare i capelli di suo figlio. “Adesso papà arriva, un attimo solo.”
Ora che Alejandro li guardava così da vicino poteva rendersi conto della somiglianza che c’era fra loro: gli stessi capelli, gli stessi occhi che non possono mentire. Però solo quelli del bambino erano davvero innocenti.
Il biondo si voltò, rivolgendosi a Luca. “Andiamo?”
Il bruno annuì, lanciò un’ultima occhiata torva ad Emanuele, che ricambiò con uno sguardo turbato ma sollevato nel vederli allontanarsi. Luca passò un braccio intorno alle spalle del biondo, stringendolo con fermezza, cercando di infondergli forza.
Quando tornarono al loro accampamento, Alejandro guardò ancora verso l’uomo e il bambino che tenendosi per mano si avviavano verso la donna. Poi si strinse a Luca, sospirando come se si fosse liberato da un peso immenso.
Sentendolo più rilassato, Luca si azzardò a parlargli. “Sei più calmo, adesso?” gli domandò con dolcezza.
Alejandro lo guardò, senza smettere di abbracciarlo. “Non fare quella faccia, stupido. Non provo più niente per lui. Non sono uno di quei masochisti che continuano ad amare la persona che gli fa del male. All’inizio ho avuto uno shock, ho provato persino rabbia, ma più lo guardavo più sentivo farsi strada dentro di me una strana freddezza. Hai visto che razza di uomo è? Dopo quello che mi ha fatto non ha saputo dire niente, se non quelle sue flebili scuse”, rise amaramente. “Chiede scusa dopo che mi ha intenzionalmente preso per i fondelli e voleva fottermi proprio tre secondi prima che mi mollasse dicendomi che si sposava”, rise ancora, stavolta con più gusto. “E’ quasi divertente, non trovi?”
Luca lo strinse. “Voglio solo sapere se stai bene.”
Alejandro si staccò da lui, guardandolo con occhi decisi e sicuri. “Pur non amandolo più, era come se… ”, s’interruppe, cercando le parole adatte, poggiandosi un pugno sul petto. “Se mi fosse rimasto il suo cadavere nel cuore… pesante, ingombrante” aveva una luce viva negli occhi, consapevole e risoluta. “Ed ora che ho potuto rivederlo a distanza di anni, come ho sempre desiderato di poter fare nei primi tempi dopo l’abbandono, quel cadavere si è dissolto, ed io mi sento meravigliosamente… libero!” sospirò sull’ultima parola, chiudendo gli occhi e alzando la testa verso l’alto. “Dopo avergli potuto parlare e dirgli quello che penso, mi sento leggero e così bene che potrei anche volare”, riaprì gli occhi e guardò Luca, sorridendogli con una dolcezza che il bruno non gli aveva mai visto. “Luca, ti chiedo perdono.”
“Perdono?” ripeté l’altro. “Perché mi chiedi perdono?”
“Per non averti detto prima quello che provo”, si morse il labbro, grattandosi la testa. “Che mi sono innamorato di te.” Luca inspirò rumorosamente non appena udì quelle ultime parole. Strinse le labbra strette, corrugò la fronte e iniziò a tremare lievemente. Alejandro non smetteva di guardarlo con quell’espressione un po’ nervosa ma dolce. “Ti amo e anche da un bel po’ ormai ma non riuscivo ad accettarlo, o forse non volevo, non lo so. Quell’uomo laggiù mi prese in giro nel peggiore dei modi quando ero solo un ragazzino e mi ha costretto ad innalzare degli scudi intorno a me, perché mai, mai più volevo provare quel dolore straziante, quella delusione cocente e imbarazzante. Mi ripromisi che non sarei stato mai più un ragazzino sprovveduto, che non sarei mai più caduto nella rete di qualcuno”, prese la mano di Luca, rigido e muto di fronte a lui. “Ma temo di essere caduto nella tua. Sei arrivato come un uragano nella mia vita, dannazione! Luca, tu sei buono, dolce, realmente sincero. I tuoi occhi sono libri aperti, io vi leggo da sempre l’amore, anche se fingevo di non vederlo. Non dico di non avere più paura, mentirei. Mi è stato fatto del male, la vicenda con Emanuele ha influenzato tutta la mia vita, quello che sono è a causa sua. Però sento che posso fidarmi di te”, gli posò la mano libera sul viso. “Posso fidarmi di queste mani forti e di questo viso che non riesce a nascondere nessuna emozione.” Dopo che Alejandro finì di parlare regnò il silenzio, interrotto solo dalla vocina del bambino di Emanuele e dal soffio sommesso del vento.  Luca continuava a guardarlo con quel volto contratto, quegli occhi prossimi alle lacrime. “Ehi, ho parlato così tanto da farmi venire ancora più sete… e tu non mi dici niente?” domandò il biondo con un sorriso imbarazzato e teso.
Luca singhiozzò e fu il segnale che diede il via libera alle lacrime che gli riempivano gli occhi. Iniziò a piangere sommessamente e le sue spalle sobbalzavano sotto tutta quell’emozione. “Puoi”, iniziò, pigolando. “Puoi… ripetere…?” domandò con voce rotta.
Alejandro socchiuse gli occhi. “Che ho sete?” scherzò. Luca continuava a guardarlo con occhi straripanti. Alejandro ridacchiò, distogliendo lo sguardo e arrossendo leggermente. “Ti amo”, sussurrò. Luca si slanciò verso di lui, gettandoglisi addosso mentre lo abbracciava, con tale impeto che quasi caddero. Alejandro si strinse a lui, così forte, e Luca lo abbracciò più stretto. “Ahi”, gemette il biondo. “Mi spezzi le ossa, così.”
“Non è un sogno, vero? Non è un sogno…”, continuava a ripetere Luca, piangendo sulla sua spalla. Alejandro era impressionato dal suo tremore. “Ehi, calmati. Mi spaventi.”
“Sto bene... sto… così bene che potrei anche morire, morire felice!” proruppe Luca, cercando di rendere udibile la sua voce dietro i singhiozzi.
Alejandro sbuffò ma senza smettere di sorridere. “Ma possibile che piangi sempre? Sei così robusto ma sei ancora un bambino!” detto questo lo fece scostare da sé per poterlo guardare in viso.
Il bruno aveva i lineamenti distorti in una smorfia di pianto, gli occhi, il viso, il collo tutti bagnati. Si portò una mano sulla faccia. “Non guardarmi”, supplicò.
“Invece voglio vedere”, si oppose l’altro, posandogli le mani sulle guance. “Voglio vedere tutta questa emozione traboccante . E’ mia, è tutta per me!”
Luca si avventò sulle sue labbra, impossessandosene. Si baciarono con trasporto, abbracciandosi stretti, accarezzandosi con urgenza. Sembrava che non volessero staccarsi mai più, che volessero accertarsi attraverso il tocco dei rispettivi corpi che non era un sogno, che era tutto reale.
Qualcuno li guardava e li indicava, ridacchiando o emettendo qualche gemito di disgustato. Anche Emanuele li guardò a lungo, in silenzio, con un’espressione indecifrabile sul viso; poi si allontanò insieme a sua moglie e a suo figlio, senza voltarsi più.
Si baciarono fino a sentire dolore alle mascelle. Si staccarono e si guardarono negli occhi, con lo stesso trasporto ed ardore. Luca scostò i capelli dalla fronte dell’altro e vi posò un bacio, e Alejandro continuò a tenersi stretto a lui, senza riuscire a trattenere due piccole lacrime che brillarono sulle sue guance accarezzate dai raggi caldi del sole.